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La preistoria va riscritta da capo? PDF
scritto da Marco Mazzi   
venerdì 13 luglio 2007

È di poche settimane fa la notizia che un team internazionale di scienziati ha scoperto in una grotta in Marocco alcune piccole conchiglie (del diametro di un centimetro), forate a scopo ornamentale e con tracce di pigmento rosso, risalenti all’80.000 a.C., ovvero oltre 40.000 anni prima di analoghi oggetti trovati in Europa, che fino a qualche tempo fa si riteneva fossero i primi esempi del genere nella storia umana.
Questa è invece la conferma dell’uso di raffinati monili in epoche ben più antiche, dopo un’altra scoperta simile avvenuta pochi anni fa in Sudafrica, con il ritrovamento di conchiglie lavorate risalenti a 75.000 anni fa.

Dagli studi è emerso che le conchiglie sono state raccolte sulle spiagge e portate nella grotta, a oltre 40 chilometri di distanza, e quindi sono state scelte una a una, perforate, colorate. Alcune venivano anche cucite sugli abiti, per abbellirli. “Nelle società umane gli ornamenti comunicano informazioni su coloro che li portano ai membri della stessa società o di altre con cui questa è in contatto”, spiega Francesco d’Errico, uno degli scienziati del CNRS di Bordeaux che ha condotto lo studio. Non solo. “Venivano probabilmente usati – continua lo scienziato – anche come oggetto di scambio per stabilire e far perdurare relazioni tra popolazioni distanti fra loro”.

Ma in fondo la rivoluzionarietà di questa scoperta non è poi granché se confrontata con altre. Anno dopo anno gli archeologi, spesso in seguito a intuizioni o ritrovamenti casuali, stanno riportando alla luce sempre più tracce di un passato lontanissimo, facendo riaffiorare resti delle epoche più remote e oscure della preistoria del genere umano. Il fatto è che più si scopre, più ci si accorge che molte convinzioni che si credeva assodate vanno rivedute.

Il sasso in cui gli ominidi di tre milioni di anni fa riconobbero l'immagine simbolica di un volto

Il sasso in cui gli ominidi di tre milioni di anni fa riconobbero l'immagine simbolica di un volto

 Basti pensare a un incredibile ritrovamento avvenuto in Sudafrica, nella Makapansgat Valley. Si tratta di un sasso trovato in un sito ricco di fossili di australopitechi risalente a un periodo tra i 3 e i 2,5 milioni di anni fa. Ciò che rende straordinario questo sasso non è il fatto che sia stato modellato dalla natura in modo tale da sembrare un viso, ma il fatto che sia stato trovato proprio in quel luogo, ben distante da qualsiasi ambiente geologico conforme a esso. Ciò significa che circa tre milioni di anni fa, o quasi, qualcuno lo ha deliberatamente trasportato fin lì da un altro luogo: degli australopitechi (forse di una specie simile a quella della famosissima “Lucy”, per intenderci). Gli studiosi sono giunti alla conclusione che gli australopitechi riconobbero in questo sasso le forme di un viso e lo portarono con sé al loro campo. Cosa significa ciò? Che tre milioni di anni fa il pensiero simbolico o il senso estetico erano già prerogativa di qualche specie di ominide. È un dato totalmente estraneo a ciò che si pensa comunemente, ma potrebbe proprio essere stato così.

Anche perché il passo successivo lo avrebbe fatto l’Homo erectus 1.700.000 anni fa. È di quell’epoca infatti l’oggetto rinvenuto nella gola di Olduvai, in Tanzania, dall’archeologa Mary Leakey (moglie del celebre archeologo Louis Seymour Bazett Leakey): una pietra rozzamente scheggiata pare a forma di testa umana. Non si tratterebbe quindi semplicemente di un’arma o di un arnese di lavoro, già comuni per l’Homo erectus, ma di un tentativo di rappresentare qualcosa. E non è l’unico ritrovamento del genere: altri, anche se un po’ meno arcaici, sono sempre da far risalire all’Homo erectus. Insomma, non è per niente vero che il pensiero simbolico nacque con l’Homo sapiens, e questa non è certo un dato di poco conto.

Basti pensare a un incredibile avvenuto in Sudafrica, nella Makapansgat Valley. Si tratta di un sasso trovato in un sito ricco di fossili di australopitechi risalente a un periodo tra i 3 e i 2,5 milioni di anni fa. Ciò che rende straordinario questo sasso non è il fatto che sia stato modellato dalla natura in modo tale da sembrare un viso, ma il fatto che sia stato trovato proprio in quel luogo, ben distante da qualsiasi ambiente geologico conforme a esso. Ciò significa che circa tre milioni di anni fa, o quasi, qualcuno lo ha deliberatamente trasportato fin lì da un altro luogo: degli australopitechi (forse di una specie simile a quella della famosissima “Lucy”, per intenderci). Gli studiosi sono giunti alla conclusione che gli australopitechi riconobbero in questo sasso le forme di un viso e lo portarono con sé al loro campo. Cosa significa ciò? Che tre milioni di anni fa il pensiero simbolico o il senso estetico erano già prerogativa di qualche specie di ominide. È un dato totalmente estraneo a ciò che si pensa comunemente, ma potrebbe proprio essere stato così.
 

Anche perché il passo successivo lo avrebbe fatto l’Homo erectus 1.700.000 anni fa. È di quell’epoca infatti l’oggetto rinvenuto nella gola di Olduvai, in Tanzania, dall’archeologa Mary Leakey (moglie del celebre archeologo Louis Seymour Bazett Leakey): una pietra rozzamente scheggiata pare a forma di testa umana. Non si tratterebbe quindi semplicemente di un’arma o di un arnese di lavoro, già comuni per l’Homo erectus, ma di un tentativo di rappresentare qualcosa. E non è l’unico ritrovamento del genere: altri, anche se un po’ meno arcaici, sono sempre da far risalire all’Homo erectus. Insomma, non è per niente vero che il pensiero simbolico nacque con l’Homo sapiens, e questa non è certo un dato di poco conto.

Venere di Tan Tan

 Venere di Tan-Tan

E non possono che destare scalpore due statuette che precedono di centinaia di migliaia di anni le più antiche rappresentazioni del genere. Una di esse, detta Venere di Berekhat Ram (dal nome della località sulle alture del Golan in Siria, in cui è stata ritrovata), di appena 3,5 cm, risale a un periodo compreso tra 230.000 e 800.000 anni fa. L’altra, la Venere di Tan-Tan (in Marocco), di 6 cm, è fatta risalire a 300-500.000 anni fa. Si tratta quasi certamente di manufatti dell’Homo heidelbergensis, una specie umana “pre-sapiens” che secondo gli studiosi, grazie a un volume cerebrale superiore a quello dell’Homo erectus, fu tra le prime a riuscire a parlare un linguaggio, anche se in modo molto elementare. La cosa che stupisce di più è che sulla Venere di Tan-Tan sono state trovate tracce di colorante a base di ferro e manganese, forse ocra rossa, la cui deposizione non sembra avere origine naturale. Si tratta quindi di una colorazione artificiale, forse per dare maggiore verosimiglianza a questa rozza ma sorprendente statuetta?

Anche l’Homo sapiens non smette di stupire. Nel 2004 sono stati scoperti in una caverna nelle montagne della Germania meridionale i resti di un flauto antichissimo, risalente a oltre 30.000 anni fa, in piena era glaciale e all’epoca della colonizzazione dell’Europa da parte della nostra specie. Si tratta di un altro prodotto della cosiddetta civiltà di Aurignac, a cui appartengono già molte incredibili opere tecnologiche e artistiche, tra cui le spettacolari più antiche pitture rupestri conosciute (nella grotta di Chauvet in Francia). Questo reperto va così ad aggiungersi ad altri due flauti della stessa epoca trovati nella medesima zona una decina d’anni prima: sono i più antichi strumenti musicali mai ritrovati e secondo quanto ricostruito riuscivano a produrre melodie anche piuttosto complesse. Ma mentre i due trovati in precedenza furono ricavati da ossa di cigno, già cave, quello rinvenuto di recente è un caso eccezionale perché, lungo circa venti centimetri, venne ricavato dall’avorio delle zanne di mammut, un materiale difficile da lavorare con tanta precisione, e che richiede oltretutto di essere scavato all’interno, non essendo cavo: un lavoro degno di una categoria di professionisti, insomma. Anche perché, come detto, questo strumento permetteva di produrre melodie tutt’altro che elementari, essendo regolato, sembra, in una scala pentatonica, con un’armonia quindi simile a quella della musica asiatica. Nel giugno di quest’anno, nel sud-ovest della Germania, un altro ritrovamento della civiltà di Aurignac, sempre di 35.000 anni fa: una piccola statuina d’avorio rappresentante proprio un mammut. È solo l’ennesimo in quella zona di scavi, in cui sono state rinvenute varie statuette d’avorio raffiguranti animali che allora popolavano la zona (stalloni, mammut, leoni, bisonti).

Che dire invece del “disco di Nebra”? Rinvenuto nel 1999 da due saccheggiatori (che furono poi condannati a qualche mese di reclusione, commutata in libertà vigilata) all’interno di una cavità in pietra su un’altura in una foresta presso Nebra, 60 km a ovest di Lipsia, passò di proprietà diverse volte fino a quando, mentre era offerto sul mercato nero per 700.000 marchi, nel 2001 su iniziativa dei Ministeri della Cultura e degli Interni tedeschi, oltre che dell’Ente regionale per l’archeologia del Sachsen-Anhalt, fu possibile entrare in contatto con i ricettatori: l’archeologo Harald Meller si spacciò per un acquirente interessato e fissò con loro un appuntamento in un hotel di Basilea; il disco, insieme ad altri reperti, fu così sequestrato dalla polizia svizzera che arrestò i due ricettatori, un’istitutrice di museo e un insegnante. I saccheggiatori, interrogati, diedero informazioni sul luogo del ritrovamento, suffragate anche dalle indagini tecniche degli inquirenti

Il Disco di Nebra

Il disco astronomico di Nebra

e dai ritrovamenti poi effettivamente svolti in loco. Si trattava di un sito dell’età del bronzo, di circa 4000-3700 anni fa. L’oggetto, in metallo con placche in oro che rappresentano una raffigurazione del cielo, oltre che simboli di forte impronta religiosa, è ritenuto dagli esperti senza ombra di dubbio il più antico ed evoluto modello rappresentativo del cielo notturno in ogni epoca e, di conseguenza, la prima raffigurazione del cosmo nella storia dell’umanità, che anticipa di duecento anni l’altro più antico reperto del genere, appartenente all’antico Egitto. Questo disco racchiuderebbe inoltre i simboli di temi profondamente religiosi, come il sole, l’orizzonte per i solstizi, la barca del sole, la luna ed altri esemplari particolari di stelle: le Pleiadi. Gli artefici hanno forse voluto raggruppare i vari simboli di culto venuti alla luce anche in diverse regioni europee; l’oggetto fa parte quindi di un sistema religioso diffuso a quell’epoca in tutta Europa. È inoltre da rilevare il fatto che l’altura su cui è stato ritrovato, che probabilmente fungeva da osservatorio astronomico, si trovi ad appena 25 chilometri di distanza dal più antico osservatorio astronomico d’Europa conosciuto, presso Goseck, risalente al V millennio a.C. e scoperto anch’esso negli anni ’90, ma aperto al pubblico, dopo accurati scavi, soltanto nel 2003. Dalle indagini su questo e altri siti simili dell’Europa centrale è emerso che i popoli europei del Neolitico avevano una capacità di misurazione del cosmo molto più accurata e profonda di ciò che si era sempre pensato. Questo osservatorio astronomico e il disco di Nebra sono considerati tra i ritrovamenti archeologici più importanti dell’ultimo secolo.

Tutto questo ci fa capire quanto poco ancora conosciamo delle epoche più remote della nostra storia. Che potrebbero rivelarci ancora sorprese, per la gioia magari di coloro che fantasticano su civiltà altamente tecnologiche poi scomparse. L’importante è comunque saper distinguere tra queste fantasiose teorie e i ritrovamenti concretamente studiabili. Per esempio sembra ormai definitivamente una bufala la tanto propagandata campagna di scavo delle cosiddette “piramidi di Visoko”, in Bosnia-Erzegovina. Annunciata nel 2005 dal suo promotore (un ricco bosniaco col pallino dell’archeologia espatriato in America) come la scoperta di gigantesche piramidi coperte dalla vegetazione risalenti addirittura a diversi millenni prima di quelle egiziane, questa campagna dopo oltre un anno di scavi, contestati tra l’altro dalla comunità scientifica internazionale, ha prodotto un fervore nazionalistico e un già notevole afflusso di turisti nella piccola cittadina di Visoko. Gli scavi non hanno però fatto riaffiorare alcuna piramide, ma si sono comunque rivelati utili perché hanno riportato alla luce interessanti reperti dal Medioevo al Neolitico. La zona di Visoko infatti, grazie alla presenza di due fiumi (la Bosna e la Fojnica) e alla favorevole posizione geografica, fu da sempre densamente popolata, almeno dal 4000 a.C., e gli scavi hanno confermato la presenza di insediamenti neolitici, oltre che di età romana e medievale. Ma di gigantesche piramidi europee di diecimila anni fa nessuna traccia…

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